un’altra epoca

A 24 anni da compiere mi posso già vantare di aver visto almeno 2 mondi, lontanissimi tra di loro, ma legati dalla difficoltà delle persone a spalancare gli occhi e realizzare in quale società vivono.

Siamo in un momento cruciale, a cavallo tra 2 diversi modi di vivere, molto più distanti di quelli che ha separato il ’68.

Da un lato c’è la modernità, che ci stiamo lentamente lasciando alle spalle, ma che continua a riproporsi come strascico finale di un’epoca, che non vuole abbandonare la società.

Dall’altro c’è il postmoderno, con tutte le implicazioni che esso comporta e che sta inevitabilmente conquistandosi un posto in tutte le gerarchie che costituiscono la società, sbriciolandole e corrodendole dall’interno.

Non è un caso questa disaffezione che proviamo verso ciò che di autoritario, istituzionale, politico, sociale e gerarchico c’è nel mondo.

E non è un caso che lentamente stiamo cercando e cercheremo sempre più nuovi stimoli, nuovi divertimenti, nuove motivazioni che scavalcano ciò che etero-diretto e si impongono nella quotidianità.

La società sta cambiando e si sta sbriciolando, sta perdendo la sua interezza per frammentarsi in tantissime piccole bolle comunicative, tantissime reti, tantissime tribù, ognuna con un senso profondo (anche se spesso futile) legato in molti casi al soddisfacimento dei bisogni materiali e degli istinti vitali (come il divertimento, il brivido, l’adrenalina…) e corporei, che divengono il senso ultimo di ogni agire e lo scopo finale.

Non sono sciocchezze. Lo si vede analizzando tutti gli aspetti della vita.

Ecco l’esempio dei due più rilevanti:

politica: profonda disaffezione verso la politica, verso una forma di rappresentanza che non sentiamo più nostra, ma che ci viene riproposta da media vecchi (come la tv), monodirezionali e senza interazione. Non è un caso che c’è uno slittamento della politica verso forme di avanspettacolo, che ad essere importanti sono non i contenuti dei messaggi politici, ma le persone che prendono parte alla scena pubblica. Così nascono figure come Berlusconi, Sarkozy, Chavez, Lula, Schwarzenegger che fanno della vita privata la sola ragion d’essere del loro successo politico, mettendo in onda (attraverso appunto i media tradizionali che gli permettono ciò) le loro vite, i loro scandali, i loro problemi e successi, i quali diventano gossip, che viene considerato allo stesso livello del gossip dei Vips. Anche se triste questo è l’unico modo per rimanere sulla scia del successo e cavalcare l’onda della politica, ormai sempre meno vigorosa. E pensandoci bene non è il loro modo di fare politica che fa parlare di loro, sono le comunità che accrescono e valorizzano ciò che fanno (si fa satira, prese di giro, gruppi che sostengono i leader…)…

società: non esiste più un vivere “morale”, un divertirsi entro le regole, ruoli e compiti prestabiliti e fissati. La vita delle persone incalanata verso la soddisfazione dei propri bisogni momentanei, verso gli obiettivi non assoluti imposti da vivere comune, ma verso quelli stabiliti dalle comunità che si basano sulla comunicazione, dalle forme di neotribalismo che nascono con lo sviluppo di nuove tecnologie social del web 2.0. Così il divertimento diviene spesso follia, si cercano adrenaline maggiori che spingano raggiungimento di scopi materiali, fisici e orientati al piacere. Le persone non sono più identità fisse, ma sono figure con tantissime sfaccettature, ricostruite ogni volta che si prende parte a una tribù o ci si costruisce un’immagine su un mondo virtuale o social network. E sono gli esempi che potremmo portare: dal Marketing (sempre più incentrato sul tribalismo, sul marketing non convenzionale, emozionale e che mira a dare un’esperienza del prodotto all’utente) alla religione (che via via si spegne per lasciar spazio a nuove sacralizzazioni del profano, spesso materiali e incentrate su oggetti fisici e piaceri corporei), ai media (si registrano dipendenze sempre più frequenti ai social -con casi di morte o crisi psicologiche di persone che non mangiavano neppure per non scollegarsi dai social site- a scapito dei media mainstream).

Insomma, immersi nelle nostre comunità comunicanti (in un mondo globale e al tempo stesso locale), ci immergiamo in esse, in queste tribù e lasciamo pian piano la modernità per tuffarci nel postmoderno: il trionfo del piacere e dei bisogni fisici soddisfatti (e da soddisfare)!

E questo non lo sto dicendo io, ma lo diceva già 40 anni fa McLuhan: mai come adesso “medium is the message” e “villaggio globale” sono divenuti aforismi che descrivono e interpretano la realtà.

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Informazioni su Marco Vangelisti

Blogger, amante-studioso-esperto di marketing, comunicazione e social; creativo, motivato, ambizioso, ostinato e lunatico. Vedo il bicchiere mezzo pieno.

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