La “principessa” e la “povera”

In Inghilterra, a Londra, nacquero nello stesso giorno due bambini con un destino molto diverso: uno era l’erede al trono, mentre l’altro era figlio di povera gente, ma avevano qualcosa in comune: una forte somiglianza e complicità…
Un giorno Tom (il ragazzo povero) incontrò il principe che gli propose uno scambio: il principe per un giorno avrebbe fatto la vita di Tom e Tom, a sua volta, avrebbe fatto il principe. A sera ognuno avrebbe rivestito nuovamente i propri panni. Non tutto però avvenne come era stato previsto, e a sera il principe non riuscì a tornare al palazzo.
Da quel momento il ragazzo ebbe una serie di avventure, ma alla fine riuscì a dimostrare la propria identità: grazie ad alcune prove ed all’intervento tempestivo di Tom, venne incoronato dopo la morte del re.

Questa è la trama del racconto “il principe e il povero” raccontato nel 1881 da Twain.

Immaginate che la comunicazione interna sia il “povero”, e la comunicazione esterna sia il “principe”. Questa storia, metaforizzando i protagonisti, rimarrebbe un valido esempio per descrivere lo sbaglio colossale che ancora molte imprese si ostinano a fare: dare maggior rilievo alla comunicazione esterna e tralasciare quella interna.
Un’azienda nella quale comunicazione interna e comunicazione esterna sono due mondi separati e distanti è un’azienda destinata a veder fallire il raggiungimento degli scopi prefissati al momento della creazione di un qualsiasi piano di comunicazione.
Ebbene si, questa distinzione è ormai superata, in quanto è chiaro a tutti che le due tipologie di comunicazione sono due facce della stessa medagia. Qualsiasi azione di comunicazione deve essere pianificata e realizzata partendo da un punto di vista unitario e complessivo della comunicazione. E’ perciò più corretto parlare di comunicazione INTEGRATA. Come nella storia di Twain, le due comunicazioni si assomigliano e sono complici!
Invece moltissime aziende riservano ancora la maggior parte delle risorse di bilancio per il marketing e per la rete di vendita, tralasciando completamente tutti gli aspetti comunicativi che si riflettono all’interno dell’azienda, ma che sono estremamente rilevanti anche per la riuscita di una buona comunicazione esterna. Un esempio su tutti: provate a chiedere a un’azienda quanto è importante che un suo venditore, impegnato in una campagna di direct marketing, sia motivato, appassionato e coinvolto in ciò che fa, che abbia un’alta considerazione dell’azienda per cui lavora e dei prodotti che vende? La risposta è così lampante che evito di riportarla.
Inoltre non dimentichiamo che le persone che lavorano in un’azienda sono il vero vantaggio competitivo sostenibile, poichè, per natura, le persone sono creative, flessibili, produttive, hanno conoscenze, apprendono: insomma, l’insieme delle risorse umane rappresenta un capitale intellettuale unico, formato dal prodotto tra competenze individuali e motivazione. L’impresa deve essere in grado di far si che le persone mettano a disposizione questo capitale intellettuale, di modo da generare un vantaggio competitivo.
Auguro alla comunicazione interna di poter diventare anch’essa la “principessa”.

Ma ecco allora, lasciando il mondo delle favole e concentrandoci sulla realtà, alcuni obiettivi che un’ottima comunicazione in un’impresa permette di raggiungere:

– Personalizzare il dialogo con i dipendenti e renderlo al tempo stesso più capillare
– Far percepire una qualità maggiore dell’ambiente di lavoro e del brand
– Correggere eventuali opinioni erronee (sull’azienda o sui prodotti) che si sono formate negli anni
– Aumentare il senso di appartenenza e intensificare gli sforzi per il raggiungimento di obiettivi aziendali
– Armonizzare tutti i processi
– Oltre a motivare i dipendenti, è necessario farli appassionare al proprio lavoro
– innovare
– Ottenere risposte dal target, in termini di attenzione,interesse, desiderio… ma soprattutto azione
– Fornire un apprendimento cognitivo, affettivo e comportamentale
– Costruire una forte brand personality
– Migliorare la credibilità aziendale
– Promuovere i cambiamenti in corso all’interno dell’azienda
– Dare considerazione ai dipendenti, farli sentire parte essenziale di un progetto comune
– creare comportamenti discrezionali o “extraruolo” dei dipendenti
– Creare un sistema coerente
– Dare continuità al “dialogo” con i dipendenti
– Creare una forma di “dialogo” consapevole e un’altra inconsapevole (per promuovere l’immagine dell’azienda)
– Accrescere la consapevolezza nei dipendenti del luogo per cui lavorano e dei prodotti che vengono fatti
– Rafforzare l’immagine dell’azienda
– Creare un’identità più solida, attraverso la comunicazione martellante di mission, vision, valori dell’azienda
– Rafforzare la fedeltà all’azienda (brand loyalty)
– Fidelizzare i dipendenti
– Ricevere feed-back
– Creare una relazione, un canale tra azienda e dipendenti
– Includere il nostro target nella comunicazione, far diventare protagonisti della comunicazione i dipendenti
– Creare una comunicazione che non sia monodirezionale, dall’altro, con un solo detentore dei contenuti: modello di comunicazione “a rete”, non più “piramidale”, comunicazione orizzontale
– Migliorare il benessere organizzativo, cambiare in meglio i processi produttivi e migliorare le performance aziendali, sia dal punto di vista della qualità e della risposta, sia da quello della velocità.
– Si deve mettere in circolo il sapere
– Dobbiamo generare risorse di conoscenza e di fiducia dell’impresa

Alla luce di tutto ciò, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di chiamarla “povera”???

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Informazioni su Marco Vangelisti

Blogger, amante-studioso-esperto di marketing, comunicazione e social; creativo, motivato, ambizioso, ostinato e lunatico. Vedo il bicchiere mezzo pieno.

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