Se l’erba del vicino è sempre più verde, io vado di greenwashing.

Siamo sempre più portati a scegliere aziende che hanno un occhio di riguardo per l’ambiente e promuovono una qualche attività, iniziativa, prodotto “green“. Lo si legge ovunque e lo si percepisce anche solo osservando le campagne pubblicitarie o i pack dei prodotti in circolazione. Qualche dato: il 60% degli italiani è attento all’ambiente, 1 su 2 acquista prodotti eco, il 60% opta per grandi marchi perchè più attenti a non sprecare (per maggiori informazioni vi cosiglio di leggere l’inchiesta su “la repubblica” del 26 maggio). Diventare “green” è perciò un must che ogni grande azienda che voglia continuare a vivere deve porsi come obiettivo. Una conversione tale però, è molto costosa e spesso inattuabile, soprattutto nei casi in cui le aziende commercino prodotti palesemente non in linea con la sostenibilità aziendale.
Come fare? Semplice per molti: ricorrere al “greenwashing“.

Costa poco e se fatto bene da ottimi risultati. Unica pecca? il rischio di essere smascherati è alto, con come coseguenza una denuncia e il crollo di quella reputazione che si tentava di sollevare (anche con mezzi eticamente scorretti).
Vediamo 3 esempi di camagne green di facciata fallita:

 

 

 

1) “San Benedetto dichiarando su diversi giornali che i suoi contenitori, definiti eco-friendly, permettevano di ridurre del 30 per cento la quantità di plastica utilizzata con conseguente contenimento del consumo energetico.
Recentemente però, l’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato (Antitrust) ha comminato all’azienda una multa di 70.000 euro per pubblicità ingannevole. L’azienda è stata ritenuta colpevole di non avere in realtà effettuato alcuno studio per dimostrare le proprie affermazioni riguardo la diminuzione della plastica impiegata per le sue bottiglie. Inoltre la società avrebbe anche presentato dati non veritieri: sostiene infatti di aver ridotto, negli ultimi 13 anni, l’utilizzo di plastica del 58 e 43 per cento rispettivamente per i contenitori da 0,5 e da 2 litri. I numeri secondo l’Antitrust sarebbero invece 28,6 e 27,4 per cento”. (link)

2) il secondo caso è quello di Eni, con l’iniziativa “Eni si toglie la cravatta”. Propone alle persone di Eni di adottare uno stile di abbigliamento più informale e leggero, per contribuire ad un uso più razionale dell’aria condizionata alzando la temperatura di 1°C (vedi link eni), e permettendo così una mancata emissione di circa 140 tonnellate di anidride carbonica. Cito da yeslife.it: “I numeri non sono propriamente altisonanti se si pensa che tali emissioni equivalgono a quelle annuali prodotte da soli 15 – 20 italiani. Tenendo conto che le emissioni di Eni e dei suoi circuiti produttivi (produzione elettrica compresa) sono di centinaia di milioni di tonnellate di CO2, e che il fatturato lo permette, un gesto come quello della cravatta va bene ma per far credere di essere dei paladini della sostenibilità servirebbe forse qualcosa di più”.

3) La campagna pubblicitaria di Tetra Pak, con la “Nursery degli alberi in Svezia”.

“Il Tetra Pak è composto da strati di carta, plastica e alluminio, difficilmente smaltibili e molto inquinanti, ma Tetra Pak non lo dice, ci fa vedere persone felici di utilizzare il prodotto ecologico, fissando nella mente del consumatore l’idea ” Tetra Pak è ecologico, aiuta l’ambiente con la foresta in Svezia” (per approfondimenti vedi il link)

Consiglio a tutti la lettura di “green marketing, il manifesto” di Grant!

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Informazioni su Marco Vangelisti

Blogger, amante-studioso-esperto di marketing, comunicazione e social; creativo, motivato, ambizioso, ostinato e lunatico. Vedo il bicchiere mezzo pieno.

Una Risposta a “Se l’erba del vicino è sempre più verde, io vado di greenwashing.”

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