La forma mentis: i danni della rete

Di recente ho scritto un post per gli amici di Marketing Arena, con cui collaboro ormai da anni. Il tema in questione mi sta molto a cuore, per cui vorrei sfruttare le pagine del mio blog per approfondirlo.

In un articolo di qualche settimana fa ho sostenuto che “Internet ci fa male“.

Negli ultimi anni sono state prodotte più informazioni che nell’intera storia moderna. Il medium più misurabile di sempre ha chiuso il cerchio della democratizzazione dell’accesso alle informazioni: chiunque da fruitore si è trasformato in editore, produttore attivo di informazioni. Siamo bombardati da informazioni e da messaggi, tanto che spesso fatichiamo a orientarci. Questo, se sicuramente è un passo avanti, un elemento positivo, rischia di farci diventare “esseri stupidi”. Leggiamo con superficialità, saltiamo da link a link, ci stufiamo di leggere dopo poche righe, in pochi secondi decidiamo se un contenuto merita o no la nostra attenzione. Abbiamo un cervello crossmediale, che salta orizzontalmente da argomento ad argomento, alla velocità della luce.

Il rischio è sotto i nostri occhi. Diventa vero tutto ed il contrario di tutto, la verifica della fonte è cosa ormai disconosciuta, troviamo sempre qualcuno che, all’interno della coda lunga della rete, avvalora le nostre tesi, seppur assurde, o le contrasta.

FATICHIAMO A RESTARE CONCENTRATI. La rete rende più veloce il nostro lavoro e ci stimola nel tempo libero, ma mentre la usiamo questa trasforma il nostro modo di pensare. Abbandoniamo l’approfondimento e ci lasciamo guidare dalle mille luci del web, la Las Vegas delle informazioni. E cambiando il nostro cervello, non cambia solo la fruizione, ma anche il modo di ragionare e di produrre contenuti.

SIAMO DIVENTATI TUTTI SUPERFICIALI.

La tesi di fondo è questa: i media cambiano non solo la comunicazione, ma trasformano radicalmente il mondo in cui viviamo. Ma non solo: anche la nostra mente (che bellissima parola: scientificamente non significa nulla, ma sono 6 lettere che dicono tutto) diventa altro. Ragioniamo in un modo diverso, agiamo e attiviamo processi mentali nuovi.

Non sono mie considerazioni, attenzione. Sono dati di fatto.

Nicholas Carr afferma quanto segue:

Negli ultimi anni ho avuto la scomoda sensazione che qualcuno, o qualcosa, stesse giocherellando con il mio cervello, cambiando lo schema del circuito neurologico, riprogrammando la memoria. Non è che sto perdendo la mente – sino a dove lo posso dire – ma sta cambiando. Non sto pensando nello stesso modo di una volta. Me ne rendo conto soprattutto quando leggo. Prima mi era facile immergermi in un libro o in un lungo articolo. La mia mente rimaneva agganciata alla narrazione o ai passaggi degli argomenti e passavo ore passeggiando nelle grandi distese della prosa. Adesso succede raramente. Adesso la mia concentrazione quasi sempre comincia a disperdersi dopo due o tre pagine. Divento inquieto, perdo il filo, comincio a cercare qualcos’altro da fare. La lettura profonda che mi riusciva naturale è diventata una lotta. Credo di sapere ciò che sta succedendo. Già da più di un decennio, sto trascorrendo molto tempo on line, cercando e navigando e ogni tanto aggiungendo qualcosa alla grande base di dati di Internet. La rete è stata una benedizione per me in quanto scrittore. Ricerche che una volta richiedevano giorni trascorsi tra scaffali e stanze dei periodici di una biblioteca ora le posso fare in pochi minuti. Poche ricerche in Google, alcuni “click” rapidi a hyperlink e ottengo il dato rivelatore o la succinta citazione che stavo cercando.  Persino quando non sto lavorando, è molto probabile che vada a frugare nella densità dell’informazione della rete: leggendo e scrivendo email, ispezionando titoli di giornale e blog, guardando video o ascoltando podcast o semplicemente saltando da collegamento a collegamento. Però l’aiuto ha un prezzo. Come segnalò il teorico dei mezzi di informazione Marshall McLuhan negli anni sessanta, i media non sono soltanto canali passivi di informazione. Somministrano la materia per il pensiero, ma formano anche il processo del pensiero. E ciò che la rete sembra stia facendo è minare la mia capacità di concentrazione e contemplazione. La mia mente adesso aspetta di cogliere l’informazione nel modo in cui la Rete la distribuisce: in una corrente di particelle in rapido movimento. Un tempo sono stato un sub nel mare delle parole. Adesso scivolo sulla superficie come un ragazzo su una moto acquatica.

Insomma, siamo nel mezzo di un cambio radicale nella forma di leggere e pensare. Il cervello umano è malleabile, già se ne era accorto Nietzsche che dopo l’acquisto di una macchina da scrivere sostenne che la macchina aveva trasformato il suo modo di scrivere, il suo stile.

Per carità, tutto questo secondo me è un bene. Fa parte di quello che siamo. Soppesando il tutto su un’ipotetica bilancia, sono più i vantaggi che gli svantaggi, quindi ok, ben vanga un mondo fatto di menti che pensano in modo artificiale, digitale.

Il rischio però è che si perda profondità dei ragionamenti, visioni interpretative d’insieme, capacità di guardare oltre e di soppesare la realtà.

Così c’è chi in rete osanna il Duce, chi condivide bufale pazzesche, chi crede alle frottole. Tanto, chissene della storia, chissene del buon senso.

Propongo che ai giovani, a chi si appresta a iniziare un percorso formativo, si faccia scuola di CRITICA e di PENSIERO. Bisogna stimolare le menti, sforzarsi per mantenere in funzione parti del cervello attive e modi di pensare che ritengo fondamentali non per trovare un lavoro migliore, ma per vivere, per stare al mondo, per crescere un figlio.

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Informazioni su Marco Vangelisti

Blogger, amante-studioso-esperto di marketing, comunicazione e social; creativo, motivato, ambizioso, ostinato e lunatico. Vedo il bicchiere mezzo pieno.

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